San Biagio: il guaritore delle malattie alla gola
In questo periodo, per via delle temperature, la gente rimane al chiuso, tra bevande calde e compresse di paracetamolo, per riprendersi da raffreddore, tosse, diarrea o simili. In occasione di un male più persistente, per scacciarlo, è necessario affidarsi alla mano di un santo, o meglio a un dito: il dito di San Biagio.
Il 3 febbraio si celebra infatti San Biagio, invocato
proprio per la cura dei mali respiratori, in quanto, secondo i racconti,
avrebbe miracolosamente salvato un bambino che si stava soffocando a causa di
una lisca andata di traverso in gola. Anche nella nostra Mottola (e a
Palagianello), c’è una tradizione legata al culto di San Biagio, ossia un
pellegrinaggio presso la grotta di San Biagio, ubicata nella gravina omonima al
confine con Castellaneta. Proprio in occasione di questa ricorrenza, ritengo
utile parlare di questa nostra piccola tradizione e degli aspetti storici legati
alla grotta di San Biagio.
| Resti della cappella di San Biagio. Foto di Mastrocom - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=92621666 |
La grotta di San Biagio, come già anticipato, è ubicata
nella gravina di San Biagio posta nel territorio di Mottola a circa sette chilometri
dal centro abitato, al confine con Castellaneta. La grotta è preceduta dal
rudere di una cappella quadrangolare di nove metri quadrati circa con volta a
botte dedicata al santo vescovo. La cappella risulta essere stata edificata nel
XII secolo e doveva presentare degli arredi pittorici come decorazioni[1], inoltre
il culto di San Biagio sarebbe giunto da monaci basiliani sfuggiti alle
persecuzioni iconoclaste rifugiandosi in tutto il nostro territorio scavando i
monasteri nella roccia[2].
La storia delle grotte scavate dai monaci basiliani profughi
nelle nostre terre per sfuggire dalle persecuzioni iconoclaste è in verità una
vecchia suggestione, poi esacerbata nell’Ottocento da molti studiosi, anche
autorevoli, come François Lenormant. Allo stato attuale degli studi, sappiamo che
la vita in grotta in età medievale nacque a seguito della seconda
colonizzazione bizantina in Puglia del IX secolo: i bizantini conquistarono una
Puglia spopolata e impaludata; pertanto trasferirono molti coloni originari
della zona del Mar Nero, i quali scavarono le grotte per uso abitativo, vista la loro tradizione abitativa, fondando i
villaggi rupestri; inoltre essi erano anche molto resistenti alla malaria che
imperversava nelle nostre terre all’epoca paludose[3]. Dal
punto di vista storico, la tradizione trogloditica è confermata per la prima
volta nell’Alessiade, testo del XII secolo di Anna Comnena, principessa
e storiografa bizantina, in riferimento al secolo precedente. Dunque, i coloni
giunti nel nostro territorio, portarono con sé la loro cultura e, ovviamente,
anche le loro credenze religiose, importando la devozione per molti santi
orientali: senza dilungarsi troppo, basterebbe citare San Nicola (titolare di
una chiesa prima della traslazione delle reliquie baresi, e ritratto nel
miracolo della dote, unicum rupestre, nella chiesa rupestre di Santa Margherita),
Santa Margherita (titolare di una chiese rupestre a Mottola), San Bartolomeo
(presente nel Dittico a San Gregorio e nel Martirio a Sant’Angelo
di Casalrotto e forse anche a Sant’Apollonia o Sant’Apollinare di Casalrotto) e
San Basilio (a cui abbiamo intitolata addirittura una frazione)[4]. Quindi
è da inquandrare in quest’ottica l’arrivo del culto di San Biagio, vescovo armeno
di Sebaste (attuale Sivas in Turchia). Il fatto che la suddetta costruzione
fosse davvero una cappella o una chiesa attiva, trova riscontro nell’elenco
delle Rationes Decimarum del 1324 per la diocesi di Mottola, dunque è anche
plausibile la datazione del XII secolo[5].
| Interno della grotta San Biagio. Foto di Mastrocom - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=92621667 |
Come si diceva, la cappella è antistante alla grotta di San Biagio, che si snoda per circa cinquanta all’interno dell’interstrato roccioso[6]. Secondo la leggenda popolare, Velèse (Biagio in dialetto, dal latino Blasius) pascolava il suo gregge quando scoppiò improvvisamente un brutto temporale. Egli dunque si rannicchiò sotto una roccia e iniziò a retreggiare data la violenza delle intemperie: mentre indietreggiava, la cavità si aprì miracolosamente finché riuscì a contenere il santo vescovo con tutto il suo gregge[7]. Ovviamente, non c’è nessun collegamento storico con la presenza del santo in queste terre, la cavità non è altro che il risultato del fenomeno del carsismo. Le concrezioni calcaree sono scarse nella prima parte della galleria, mentre diventano più frequenti nella parte successiva. Durante il percorso della galleria si incontra anche un altare in pietra, a testimonianza dell’uso della cavità per culto religioso. Essa termina, senza ulteriori prosecuzioni, con un piccola conca d’acqua formata dallo stillicidio delle stalattiti, in particolarmente una più lunga era riconosciuta come il dito di San Biagio: bere quest’acqua è miracolosa, secondo i racconti popolari, per le affezioni alla gola proprio perché pendente dal “dito di San Biagio”. Purtroppo questa stalattite fu spezzata nel 1974 da una masnada di giovinastri palagianellesi, i quali, durante una visita alla grotta, oltre a graffire i propri nomi spezzarono barbaramente la millenaria concrezione[8].
| Rilievo della grotta San Biagio. Foto tratta dal sito del catasto delle grotte e cavità artificiali della Puglia, http://www.catasto.fspuglia.it/ |
E voi che ricordo avete del culto a San Biagio? Auguri a
tutti Velèse!
Nicolò D’Elia
[1] Pasquale Lentini, Storia
della città di Mottola. Mottola: Soci Editori Mottola, 1978, p. 103-105;
Francesco Caramia, Memoria istorica di Mottola, p. 2 via P. Lentini,
Storia…, op. cit., p. 105, circa la datazione della cappella.
[2] Ibidem
[3] Cfr. Sergio N. Maglio, Clima
e migrazioni nella Puglia della colonizzazione trogloditica bizantina. In: Riflessioni
– Umanesimo della Pietra, a. XXVI, Martina Franca, 2003, p. 103-148; Id.,
Dalle «Cripte basiliane» alla «Civiltà rupestre». Cinquant’anni dopo
Casalrotto, il convegno della svolta (1971-2021. In: Locorotondo, “paese
di pietre, cripte e nascondigli...”, n° 54, dicembre 2021, Locorotondo,
2021, p. 17-66. La resistenza alla malaria era di tipo genetica poiché le
popolazioni originarie di questi luoghi erano prevalentemente anemiche, per
approfondimenti si rimanda a Micheal McCormick, Byzantium on the move,
imagining a communications history In: Travel in the Byzantine World,
papers from XXXIV Spring Symposium of Byzantines Studies, Birmingham, April
2000, a cura di R. Macrides, Aldershot, 2002, p. 3-29
[4] Cfr. Raffaella Tortorelli,
Agiografia e iconografia medioevale nelle cripte dei santi Margherita e
Nicola. Il “Casale Ruptum” e le chiese rupestri in età normanno-sveva e
angioina. In:Storiadelmondo, n. 53, 21 aprile 2008, DOI: ‹http://www.storiadelmondo.com/53/tortorelli.agiografia.pdf›;
Linda Safran, Scoperte Salentine. In: Arte Medievale, a. VII, n°2,
2008, p. 69-94.
[5] Domenico Vendola, Rationes
Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Apulia-Lucania-Calabria. Città del
Vaticano: Bibilioteca Apostolica Vaticana, 1939, p. 135-136
[6] Secondo P. Lentini nell’op.
cit. il budello è lungo 15 metri, tuttavia si tratta di una misura
approssimativa. Infatti la cavità è stata esplorata e analizzata nel 05/06/83
dall’équipe speleologica del Gruppo Speleo Dauno guidata da Paolo Giuliani, con
relativa documentazione, perciò la lunghezza della galleria è di cinquanta
metri, come anche confermato dall’esplorazione del 06/08/2011 del Gruppo Speleo
Statte, cfr. http://www.catasto.fspuglia.it/
[7] P. Lentini, Storia…,
op. cit., p. 104
[8] Ibidem
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