Mottolapedia: i missili Jupiter

 Dopo la creazione della pagina Wikipedia "Chiesa rupestre di San Nicola", il progetto Mottolapedia si arricchisce con l'ampliamento della pagina "Mottola". Nello specifico, è stato aggiunto il paragrafo "Origini del nome", concernente la dissertazione etimologica sul toponimo di Mottola ed è stata ampliata la sezione preesistente "Storia" con l'inserimento delle vicende circa la realizzazione della base Jupiter presso il Monte Orsetti, tra la Boara e il bosco di Sant'Antuono.

In verità, quest'ultimo contenuto, proveniente dal membro dell'Assemblea Nicola De Pace, è stato "wikificato", come si dice in gergo, ovvero adattato per forma e contenuto alle stringenti regole di Wikipedia. Tuttavia non abbiamo potuto fare a meno di pubblicare l'articolo integrale qui sul nostro blog, dato l'interesse offerto da alcuni retroscena (assenti su Wikipedia, per il tono enciclopedico del sito); quindi, ecco a voi l'articolo e buona lettura!


Il Direttivo


Missili Jupiter

Forse non tutti sanno che tra il 1960 e il 1963 sulle teste dei mottolesi erano presenti tre missili atomici, e, di questi anni, si ritrova traccia in prossimità della contrada Boara, dove è presente quello che rimane della base di lancio. Per comprendere meglio quello che è avvenuto a Mottola, e in altre nove località dislocate tra la Puglia e la Basilicata, si inquadri il periodo storico.

Il 4 ottobre del 1957 i Russi mandano in orbita il loro primo satellite, lo Sputnik, questo evento informa tutto il panorama militare dell’epoca sulle capacità tecnologiche della nazione. Gli Stati uniti d’America risposero alla minaccia con un irrobustimento della NATO, e nel dicembre del 1957 il presidente Eisenhower propose l'installazione di missili balistici Jupiter all’ Italia e alla Turchia, data la loro posizione strategica.

Nel 1958 in Italia si formò un governo con a capo Amintore Fanfani, il fine di questo nuovo periodo era quello di aumentare l’importanza diplomatica dell’Italia e ottenere il ruolo di mediatore tra gli Stati Uniti e il Medio Oriente, per giungere a questo obiettivo l’Italia non poté che accogliere le 10 basi NATO.

Le comunicazioni tra Roma e Washington vennero portate avanti da note, più segrete dei trattati, per eludere le possibili difficoltà politiche che l’opposizione avrebbe potuto far insorgere in parlamento; proprio per questo Fanfani suggerì alla Casa Bianca di procedere con la massima riservatezza. 

La scelta dei siti per le basi di lancio ricadde sulla Puglia e la Basilicata, sia per la buona posizione che per la povertà dell’area. La murgia, in quel periodo, era tra le zone più povere d’Italia e la scarsa alfabetizzazione degli abitanti avrebbe favorito la segretezza del piano. La base collocata nel territorio mottolese era seconda solo a quella di Gioia del Colle, che aveva il ruolo di gestire le restanti nove. Le basi rimasero attive dal 1960 al 1963, quando a seguito della crisi di Cuba venne richiesto lo smantellamento delle basi e lo scioglimento della 36ª Brigata Aerea Interdizione Strategica, reparto dell’Aereonautica Militare fondato appositamente per la gestione di questo progetto.
 
Le basi, tutte uguali nel loro layout, possedevano un polo logistico e uno di lancio e ognuna di queste aveva a disposizione 3 missili “IRBM Jupiter” posti ai vertici di un triangolo ancora riconoscibile dalle viste aeree.

L’intero sistema aveva 25 target prestabiliti, ciascuno dei quali memorizzato in 3 missili di 3 basi diverse, questa ridondanza garantiva (in caso di ordine) che almeno un missile avrebbe raggiunto l’obiettivo sul suolo comunista. Ogni razzo era alto circa 18 metri, permetteva una gittata di 3180 km e possedeva una testata di 1,44 mton; per comprendere la potenza distruttiva basti pensare che le bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki avevano una potenza di circa 100 volte inferiore (l’ordigno Little Boy ha una potenza stimata tra i 15 e i 20 kton).

I missili erano posti sulle rispettive piazzole in cemento e per armarli erano sufficienti 15 minuti. Per quanto concerne il lancio, esso sarebbe stato effettuato da una squadra di italiani (addestrati presso la base americana di Lackland) comandati da un ufficiale, che portava sempre al collo la chiave per l’avvio. Per motivi di sicurezza un ufficiale americano era in possesso della seconda chiave, questa avrebbe permesso l’inizio del conto alla rovescia. Questi armamenti erano già ritenuti poco avanguardistici e il modo in cui le basi erano organizzate non rendevano sicuro il progetto.

Di questo si ha conferma nel rapporto redatto da Alan G. James, funzionario dell’Ufficio per gli Affari europei del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti; in questo documento vengono alla luce tutte le criticità che questi ordigni avevano. I temi principali vertono su:
La poca sorveglianza a cui erano soggette le basi;
L’eccessiva vicinanza dei luoghi di stoccaggio delle testate alla pista di lancio;
Le testate erano montate sui missili, invece di essere stoccate al sicuro nei depositi, posizionati esternamente sulle basi di lancio;
La facilità di sabotaggio.

Proprio rispetto a quest’ultimo punto si riporta un estratto tradotto del documento: “La guardia italiana fa il proprio lavoro con molto scrupolo, direi che il mero atto della guardia è ben fatto. Comunque i missili rimangono vulnerabili ad un sabotaggio. E’ possibile, benché non proprio realistico se si tiene conto dell’intensa attività dei carabinieri nelle aree circostanti, che un sabotatore possa danneggiare il rivestimento di uno dei razzi con un fucile. Un piccolo aereo veloce potrebbe entrare e fare dei danni”.

Il funzionario criticò anche la volontà del governo italiano di non informare i cittadini; infatti la popolazione non ha mai scoperto per via ufficiale il motivo di cotanto dispiegamento militare, la conoscenza popolare si basava sulle dicerie dei dipendenti delle basi. Dalle poche testimonianze tangibili si nota come la comunità non ha mai avuto dubbi sull’operato ne ha mai avuto insurrezioni per lo sgombero delle basi.

Questo può essere letto in due modi, in primis i poveri abitanti della zona speravano in un arricchimento conseguente alla forte militarizzazione, in secondo luogo non si avevano gli strumenti necessari a comprendere il panorama politico e la pericolosità di queste installazioni.

La Puglia, a causa dell’importanza militare ottenuta, era soggetta a controlli da parte della compagine Russa; di questo si ebbe prova quando un MiG Bulgaro fu costretto a un atterraggio di emergenza vicino Acquaviva delle Fonti nel 1962, probabilmente durante un volo di perlustrazione.

Questo evento rese necessario un miglioramento della protezione e della sicurezza delle basi, ma le criticità esposte da Alan G. James non diminuirono, e Mottola ne ha subito le conseguenze (fortunatamente abilmente arginate). Facendo riferimento a un altro report dello stesso periodo si legge che “In quattro occasioni tra la metà di ottobre 1961 e l’agosto 1962, i missili mobili IRBM Jupiter dell’United States Air Force che trasportavano testate nucleari da 1.4 megatoni furono colpiti da un fulmine nei loro siti di lancio vicino alla base aerea di Gioia Del Colle, in Italia. In ogni caso le batterie termiche sono state attivate, e in due occasioni il gas trizio-deuterio è stato iniettato nei pozzi delle testate, armandole parzialmente. Dopo il quarto fulmine, l’USAF ha piazzato delle torri di protezione contro i fulmini in tutti i siti italiani e turchi dei missili Jupiter IRBM”.

Uno di questi incidenti avvenne alla base di Mottola. Soffermandosi ancora su Mottola possiamo annoverare altri incidenti, tra i quali:
Rovesciamento di un carico di ossigeno liquido durante il tragitto che porta alla base, 1962;
esplosione della batteria di un missile e danneggiamento di un altro missile dai colpi d’arma esplosi da un aviere di guardia,1960;
esplosione dei bulloni del razzo, 1960;
danneggiamento dell’ordigno a causa del forte vento.

Tutto ciò non sfociò in nulla di grave, ma è realistico pensare che a causa di questi incidenti Mottola sarebbe potuta diventare una pedina importante del panorama politico durante il periodo, già critico, della guerra fredda.

Nel 1963 le basi vennero completamente dismesse, le testate nucleari di proprietà americana vennero inviate negli Stati Uniti, gli strumenti e i rottami vennero trasferiti al nord Italia e tutti i documenti distrutti. L’esperienza lavorativa in queste strutture non deve essere stata facile, a causa del poco personale i dipendenti non potevano usufruire liberamente delle licenze e il carico di lavoro era certamente elevato; infatti gran parte di coloro che presero parte a questo progetto hanno poi abbandonato i corpi armati.

Oggi le aree si trovano in uno stato di completo abbandono, ma rimangono suoli demaniali e in alcuni casi (tra cui Mottola) sono presenti ancora strumentazioni militari. Nello specifico caso della base mottolese, la natura si sta riappropriando dei propri spazi, le costruzioni sono immerse nel verde e cercare reperti è ormai impossibile. Resta suggestivo visitare le piazzole su cui erano posti i missili, su queste si notano ancora i segni delle strutture di supporto dalla classica conformazione a petalo.

Addentrandosi nella vegetazione si possono osservare le torrette di guardia in cemento armato, poste in prossimità delle basi di lancio. Alcune testate giornalistiche hanno riportato negli anni informazioni frammentarie, si pensa che in queste zone la radioattività sia ancora sopra la media, è bene dire che non si hanno dei riscontri scientifici ma sarebbe interessante verificare. In conclusione si può dire che, dati tutti i problemi a loro correlati, gli IRBM Jupiter siano stati posizionati nel meridione come deterrente e non con il reale scopo di colpire la Russia; in fin dei conti erano missili non eccessivamente tecnologici e proprio per questo vennero dismessi per far spazio ai più versatili “Polaris”.

L’importanza strategica più che militare di questi ordigni è avallata dal Capitano Enzo Tatoni, Launch Control Officer di Mottola, durante un’intervista alla scrittrice Deborah Sorrenti.
Dei Jupiter vennero prodotti circa 100 esemplari ma in ambito militare ebbero vita breve infatti nel 1965 (dopo 8 anni dall’introduzione) divennero fuori produzione e da essi derivarono i razzi vettore Juno II, utili per la spedizione in orbita di satelliti. 


Mottola, 1960. [foto Fausto Miniucchi]

 

 Nicola De Pace

Bibliografia:

·       Qui Murgia, a te Cuba. Quando la Puglia era una base missilistica a cielo aperto

·       L’Italia nella guerra fredda e i missili americani IRBM Jupiter, Deborah Sorrenti

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